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(L'Aquila, Abruzzo)


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La storia di Fontecchio

PDF Stampa Lunedì 21 Febbraio 2011 17:12

Contrariamente a quello che accade per molti piccoli paesi abruzzesi, in cui le vicende storiche non hanno quasi lasciato tracce e documenti, per Fontecchio è invece possibile grazie alla ricchezza di testimonianze, ricostruire gli episodi più significativi della sua storia, che è senz’altro interessante, quasi inimmaginabile rapportata alle dimensioni del paese, poco più di un borgo, ma che vanta un passato ricco di avvenimenti le cui radici si devono ricercare nella civiltà romana i in quella italica ben più remota.
Le prime tracce d’insediamenti umani nel tratto della Valle dell’Aterno attualmente parte del Comune di Fontecchio, risalgono all’epoca dei popoli italici, ma non si sa con esattezza se appartengono ai Vestini (una delle genti più fiere della montagna appenninica), che come i Sanniti, i Marsi e i Peligni, oppongono una tenace resistenza all’inesorabile conquista da parte di Roma.
Le zone di interesse archeologico, in base alle ricerche condotte da vari studiosi, sembrerebbero essere due, non lontane l’una dall’altra: una situata nell’altura detta “Il Castellone” (m.948 s.l.m.) e l’altra sulla vetta di Monte S. Pio (m. 1005 s.l.m.).
Entrambi i siti, con le tracce di muratura, i perimetri difensivi, le cisterne, la necropoli e i reperti ceramici offrono agli studiosi interessanti esempi di centri fortificati italici.
Se a ciò si aggiunge, soprattutto per il sito del Castellone, il fatto che non vi sono state manomissioni o costruzioni successive, entrambe le zone risultano intatte e, con esse, i misteri che nascondono,meritevoli senz’altro di campagne di scavi più approfondite, anche per evitare le deprecabili ricerche clandestine già più volte verificatesi.
E’ certo che tale area, sin dalle epoche più antiche, ebbe grande importanza come punto di controllo tra le due grandi direttrici di penetrazione dalla costa verso l’interno: la Valle Subequana e quella di Navelli – Capestrano. Infatti non lontano dal sito di Monte S. Pio fu individuato un tracciato carrozzabile, probabilmente derivazione dell’Iter Superequum, che passava per il Castellone per poi dirigersi verso Opi di Fagnano ed oltre verso Peltuinum.
Ben identificabili, invece, sono le tracce della civiltà romana, tra cui ricordiamo,ad esempio, il tempio dedicato a Giove sui cui resti, ancora oggi visibili, venne edificata la Chiesa di S. Maria della Vittoria; sono poi molti i cippi e le pietre con iscrizioni di vario genere trovate nella zona. Fra di esse spicca l’epigrafe murata all’interno della stessa Chiesa di S. Maria della Vittoria e trascritta alla fine dell’ottocento dallo storico Antonio De Nino con la quale si chiarisce l’origine del nome del vicino abitato di Fagnano derivato dalla popolazione vestina degli “Aufigenates” che abitava quelle contrade.
Lo stesso centro abitato di Fontecchio conserva dei resti di epoca romana, probabilmente l’originario nucleo insediativi prima della costituzione del borgo vero e proprio. Tale nucleo doveva corrispondere all’attuale posizione di Palazzo Corvi: di struttura romana sono infatti la cisterna situata sotto il cortile interno del palazzo e la torre d’angolo oggi sulla sinistra dell’accesso principale dell’edificio.
Altri ritrovamenti recenti, effettuati negli anni ’80 in occasione del restauro del Convento di S. Francesco, hanno consentito di aggiungere un altro tassello alla storia romana del territorio. Dietro l’abside della chiesa fu rinvenuto un pavimento romano in laterizio disposto a spina di pesce. L’ipotesi più attendibile per tale scoperta è quella che possano essere i resti di un manufatto isolato probabilmente di origine sacra situato com’era tra il Monte S. Pio ed i nuclei insediativi romani che, uniti, costituirono “Castrum Fonticulanum”.
Tutti i ritrovamenti effettuati testimoniano quindi l’importanza che questo tratto di valle ebbe anche nell’epoca romana e fanno capire l’origine di alcune leggende fra cui singolare quella che vede S. Pio di Fontecchio contendersi, insieme ad altri paesi abruzzesi, il vanto di aver dato i natali a Ponzio Pilato.
Le vere origini del centro abitato risalgono tuttavia all’epoca delle invasioni barbariche; le scorrerie di tali popolazioni incutevano un motivato terrore e spingevano i piccoli nuclei di contadini e pastori, che fino allora avevano tranquillamente vissuto nella valle, a rifugiarsi in zone più riparate.
Si sa con una certa precisione che gli abitanti dei “vicus” S. Giovanni, S. Pietro. S. Arcangelo. S. Felice e Fons Tichiae si unirono dando origine al citato”Castrum Fonticulanum”, intorno all’XI secolo. Particolare il fatto che, sebbene uniti per motivi di sicurezza, i cinque nuclei originari rimasero socialmente divisi per molto tempo. Infatti ognuno mantenne una propria chiesa fino a circa il 1080-1095 periodo in cui venne fondata una parrocchia comune a cui si diede il significativo nome si S. Maria della Pace, che, attraverso successivi rifacimenti si è conservata fino ad oggi sede parrocchiale di Fontecchio.
E’ possibile ricostruire il seguito della storia solo attraverso fonti frammentarie ma ugualmente ricche di notizie interessanti. Dalle pagine dello storiografo abruzzese Anton Ludovico Antinori (secXVIII) apprendiamo che nel 1145 Fontecchio è feudo di Gualtiero di Gentile signore di Castello e secondo le regole dei “servigi feudali” contribuisce alle milizie del proprio signore con due soldati a cavallo.
Come riporta ancora l’Antinori, il paese apparteneva all’antica diocesi detta “Valvense”, e nei suoi registri nell’anno 1360 troviamo menzionato Fontecchio con quattro chiese: S. Pietro, S. Biagio, S. Maria a Graiano, S. Nicola; esse nel complesso fornivano alla diocesi una libbra annua di cera.
L’episodio più interessante della storia di questo piccolo centro abruzzese è tuttavia l’assedio subito nel 1425 da parte di Braccio da Montone detto Fortebraccio. Siamo nel secoloXV, l’Italia è divisa in un grande numero di stati e staterelli che conducono tra loro continue guerre e per questi motivi assumono grande importanza le milizie mercenarie, le cosiddette “compagne di ventura”.

Braccio da Montone, uno dei capitani più audaci e valorosi del tempo, nel maggio 1425 cinse d'assedio la città di L'Aquila e i castelli del circondario, tra cui Fontecchio. Molti paesi preferirono arrendersi subito alle truppe braccesche, ma ciò non avvenne a Fontecchio, anzi il coraggio degli abitanti impegnò duramente le pur esperte truppe mercenarie.
Tale assedio sarebbe probabilmente una semplice notizia storica se non fosse arrivata fino a noi una rara opera: De Bello Bracciano Aquilae gesto, scritto e stampato nel 1630 da un nobile studioso originario di Fontecchio, Angelo Pico Funtuculano. Nel volume le imprese di Fortebraccio vengono narrate con ricchezza di particolari ed i caratteri dei personaggi storici vengono delineati con grande efficacia.
Dalle stesse pagine apprendiamo che un contributo decisivo alla sconfitta di Fortebraccio venne dato da un altro nobile condottiero del suo tempo: Rosso Guelfaglione, membro della famiglia Benedetti originaria di Fontecchio, che reduce da una campagna d'armi nel veneto, accorse a dar man forte ai suoi compaesani.
Lo storico Angelo Signorini conferma queste notizie e ricorda nella sua opera altri membri della famiglia Benedetti di Fontecchio, tra cui Giulio Cesare, astrologo e medico vissuto nel secolo XVI, famoso tra l'altro, per aver predetto a Frà Felice Perretti (in seguito divenuto Pontefice con il nome di Sisto V), in visita al Convento di S. Francesco, la futura porpora ed il papato, come poi puntualmente verificatosi.
Tale personaggio è ricordato anche per le opere di medicina e per i suoi servigi al papato.
Quello dell'assedio sembra essere un "leit-motiv" nella storia di Fontecchio, infatti a distanza di oltre due secoli dalle vicende di Fortebraccio, nel 1648 ritroviamo ricordato in molte fonti un altro episodio del genere subito dal paese da parte delle truppe spagnole.
Siamo nel pieno della rivoluzione popolare che, innescata a Napoli sotto la guida di Masaniello, si allargò a macchia d'olio in tutto il Regno delle Due Sicilie.

Le notizie storiche e quelle rivisitate dalla fantasia popolare a questo punto, però si intrecciano, rendendo difficile stabilire l'esatto svolgersi degli avvenimenti.
Secondo le fonti più attendibili Antonio Quinzi, che militava per gli insorti alla testa delle truppe francesi alleate, si rifugiò nel Convento di S. Francesco, circondato da Giulio Pezzolla che guidava le truppe spagnole. L'assedio durò nove giorni e costò molte vittime al paese, mentre il vicino borgo di Fagnano venne dato alle fiamme.
Un'altra versione dei fatti, invece, c'è stata tramandata da fonti più frammentarie e dai racconti popolari: l'assedio durò cinquanta lunghi giorni e vide il paese ridotto allo stremo delle forze fino a che la Marchesa Corvi, dall'alto del suo palazzo, sparò un colpo di spingarda contro il capo degli assalitori uccidendolo e mutando in questo modo le sorti dell'assedio.
Tutto sommato preferiamo credere alla seconda ipotesi, sia perché passando sotto le mura di Palazzo Corvi, ancor oggi ci sembra di vedere l'audace e sicuramente bella Marchesa che spara contro l'odiato nemico, sia perché a ricordo di tale evento, una bellissima tradizione è giunta fino a noi: ogni sera da allora ad oggi, l'orologio della Torre batte cinquanta rintocchi a ricordo dell'assedio e della coraggiosa Signora.
Negli anni successivi un velo di silenzio sembra cadere su Fontecchio, come se, dopo tanti episodi movimentati, la vita del paese si fosse adagiata in un'esistenza più tranquilla e serena, fatta di lavoro e di vita quotidiana che non è certo meno importante, soprattutto se si riflette che grazie ad essa, sono giunti fino a noi monumenti ed opere di grande interesse storico ed artistico.

Fontecchio non è, comunque, il solo insediamento urbano esistente sul territorio comunale. Come si è avuto modo di comprendere diversi erano i "vicus", i nuclei abitati, che variamente distribuiti sul territorio, costituirono quell'aggregato che prese poi il nome dell'attuale Comune. S. Giovanni, S. Pietro, S. Arcangelo, S. Felice, Fons Thichiae e perché no, il borgo di Summovico che, seppur ricordato storicamente, ma mai individuato con certezza, si ipotizza fosse situato non lontano da S. Pio. Di questi luoghi abitati non restano che poche confuse tracce sul terreno, resti di un diverso modo di vita e di una concezione dell'insediamento umano precedente e molto lontana da quella medievale, fatta di castelli e di rocche impenetrabili.
Oggi il Comune di Fontecchio possiamo dire che comprenda quattro tipi di strutture insediative:
Fontecchio, centro fortificato e ben concepito sotto l'aspetto difensivo, più volte ampliato per contenere il costante aumento della popolazione. In esso si concentravano le attività economiche, commerciali, imprenditoriali ed artigianali di questo tratto della valle. L'impressione che se ne ha, avvicinandosi al borgo, è quella di una vera struttura di tipo militare e feudale in cui tutta la vita ruotava intorno al palazzo nobiliare e alla famiglia che in esso abitava. In questo contesto urbano stona un poco la fontana monumentale costruita fuori dell'impianto difensivo, segno dell'inevitabile necessità di dare spazio alle emergenti attività commerciali sviluppatesi a partire dai primi secoli dopo l'anno 1000. S. Pio, centro minore e preminentemente agricolo che non possiede delle vere strutture di difesa, ma con la caratteristica di avere delle grandi proprietà "murate" costituite dal palazzo del padrone, dalle stalle, dagli alloggi dei contadini, dai granai, dai ricoveri degli attrezzi ed ogni altro spazio o struttura necessaria alla cura dei campi. Queste mura alte e continue, a delimitare orti, corti ed aie, in alcuni tratti, danno un senso di difesa, ovviamente verso l'esterno dell'agglomerato, ma meno austero e minaccioso della vera struttura fortificata. Un borgo in cui l'agricoltura ed i prodotti della campagna erano tutto: la ricchezza e la fatica. S. Pio è il mondo nuovo, l'affermarsi, il farsi spazio della borghesia contro i soprusi, le prepotenze della nobiltà e del feudalesimo. Le Pagliare, villaggio temporaneo, e come tale abitato solo in alcuni periodi dell'anno, dalla tarda primavera alla fine dell'estate. Giusto il periodo necessario per seminare e raccogliere i frutti di quella terra che, nel fondo valle, non era sufficiente a sfamare tutti. Piccole case sparse e semplici costituite da due soli ambienti sovrapposti (stalla e cucina), senza alcuna distrazione o divagazione di tipo decorativo. Tutto è essenziale: le porte, le finestrine, le cisterne, il pozzo, la chiesetta in cui celebrare le funzioni domenicali. Il nucleo è un po' il simbolo della cultura contadina povera, senza speranza se non quella della fatica e del duro lavoro per poter garantire alle proprie famiglie almeno un tozzo di pane. Il Sistema dei Conventi, nel circondario di Fontecchio ve ne sono ben quattro se, oltre a quelli di S. Francesco, S. Maria a Graiano e dei Cappuccini aggiungiamo anche il convento di S. Maria del Ponte che, fino al 1953 faceva parte, insieme alla frazione omonima, del territorio comunale di Fontecchio. La loro presenza testimonia indubbiamente un particolare interesse della Chiesa verso questo tratto della Valle dell'Aterno forse per l'intensa attività economica che da qui traeva origine. In effetti gli ordini monastici che si insediarono nel circondario furono benedettini e, successivamente, francescani e quindi, soprattutto i primi, con uno stretto legame fra economia e potere. Solo in tal senso si possono giustificare sia un simile concentramento di luoghi ed edifici religiosi che la qualità artistica di opere come la Madonna de Ambro che proprio fra le mura di questi conventi videro la luce dando la prova di un elevato livello culturale e, di conseguenza, sociale ed economico della zona di Fontecchio.
Per ultimo, in questo breve panorama di storia umana, si vuole ricordare come anche Fontecchio, con il suo circondario, contribuì alla edificazione della Città di L'Aquila, fra quei 99 castelli che la leggenda vuole fossero alla base della creazione della città, per cui ebbe assegnato uno spazio entro le mura dove erigere il proprio rione con la propria chiesa, la propria fontana e la propria piazza, ma a differenza degli altri castelli, i fontecchiesi costruirono solo la chiesa che fu dedicata a S. Maria a Graiano, ma mai il quartiere. Ed infatti nelle stampe che ritraggono la città nelle varie epoche l'area destinata a Fontecchio e corrispondente ad una porzione dell'attuale Villa Comunale, risulta sempre non edificata.
Perché ciò accadde non è dato saperlo ma forse la propria indiscussa identità economica e sociale oltre ad una personalità particolare dei fontecchiesi che, come si è visto si opposero energicamente ad assedi e prepotenze, contribuì a mantenere intatto il nucleo abitato originario. Non per questo comunque non parteciparono alla vita sociale di quelle epoche ed infatti molti cittadini di Fontecchio contribuirono non poco alla storia della città capoluogo dell'Abruzzo.

 

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